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Più volatile di Bitcoin? La burocrazia

Il Commento del giorno

– di Francesco Simoncelli

Sebbene sia facile supporre che lo scenario economico conseguente al coronavirus sarà caratterizzato da un alto tasso di disoccupazione, le previsioni riguardanti l’inflazione dei prezzi non sono allo stesso modo così certe. Da un lato ci saranno, infatti, dei deficit di bilancio governativi assai più alti e quindi un maggior debito pubblico; dall’altro invece, a causa di una economia più debole, può allo stesso modo accadere che i consumatori e le aziende possono essere riluttanti a contrarre nuovi debiti e possono cominciare ad alleggerire il carico del loro debito.

Al contrario di quanto si crede comunemente, l’uso corretto del termine “inflazione” deve essere riferito all’offerta di moneta; difatti, i prezzi in salita non sono la causa, quanto piuttosto il risultato e l’effetto di un aumento dell’offerta di moneta. Tuttavia non tutte le espansioni monetarie comportano un’inflazione dei prezzi: può accadere, infatti, che il cosiddetto “livello generale dei prezzi” rimanga stabile quando ci sono dei cambiamenti drastici nella domanda di beni e servizi che impattano in modo differente sui diversi modi. Tale media può essere ingannevole quando dei prezzi alti cancellano gli effetti di altri prezzi che sono bassi e quando certi beni e servizi svaniscono dal paniere statistico di calcolo perché i prezzi di questi beni sono a tal punto saliti che la loro domanda è drasticamente scesa.

A causa delle innumerevoli interruzioni di attività causate dai lockdown (e a causa del distanziamento sociale), ci dobbiamo aspettare l’esplicitarsi di cambiamenti strutturali ai modelli di business futuri. Ancor più beni e servizi verranno rimossi dalle statistiche ufficiali sui prezzi, e per tutti quei prodotti che si salveranno e rimarranno quindi nei panieri, i prezzi risulteranno estremamente variabili.

Ancor più di quanto accadeva in passato, le statistiche contenute negli Indici dei Prezzi al Consumo non fanno altro che mandare dei segnali totalmente falsati circa la grandezza del fenomeno dell’inflazione dei prezzi. Se i prezzi di alcuni beni saliranno in modo esorbitante e, di conseguenza, per essi ci sarà una minor domanda; questi non faranno altro che avere un peso minore nel paniere statistico usato per i calcoli, fino a giungere ad essere totalmente abbandonati se per essi cadesse interamente la loro domanda per il semplice fatto che essi sono diventati troppo costosi per i consumatori ordinari. Ancor più che in passato, l’inflazione dei prezzi misurata dall’Indice dei Prezzi al Consumo, non può essere considerata una misura affidabile per essere una guida di politica monetaria.

Dato che le moderne banche centrali usano il concetto di politica economica di “inflation targeting” quale guida per le loro operazioni, con la perdita di affidabilità del CPI perderanno – al contempo – uno strumento di guida precedentemente considerato affidabile. In sostanza, quando i banchieri centrali impostano i loro obiettivi sui tassi di interesse, è come se fossero ciechi.

Più di quanto accadeva in passato, ciascun individuo avrà – in funzione della sua personale struttura di domanda – un tasso di inflazione di tolleranza squisitamente personale che differirà sempre di più da quello dei suoi simili; inoltre, i differenti gruppi sociali verranno influenzati in modi diversi non solo dalla disoccupazione ma anche dai cambiamenti nella struttura dei prezzi. La cosiddetta “stabilità del livello generale dei prezzi” sta progressivamente diventando un obiettivo sempre meno significativo per la politica monetaria e lo stesso discorso ai numeri ufficiali della disoccupazione: infatti, gli scontri che sono stati causati dai lockdowns influenzano i diversi segmenti del mercato del lavoro in modi diversi e quando le persone lasciano il mercato del lavoro per un bene esse non vengono più conteggiate come “disoccupate”.

Come è accaduto con lo shock dei prezzi del petrolio nel 1973, l’economia del dopo-lockdown si troverà a fronteggiare il fenomeno della stagflazione. Quando la stagnazione e la recessione si verificano in concomitanza con l’inflazione dei prezzi, tutte le politiche macroeconomiche hanno fallito. Usando le prescrizioni di Keynes come guida per affrontare le fasi negative di un ciclo economico dopo il lockdown non farà altro che dare il colpo finale ad un sistema economico già indebolito dalle chiusure. Il blocco dell’economia ha anche colpito in modo grave il sistema delle supply chain globali, la fonte principale dei prezzi più bassi. Inoltre, con l’interruzione del commercio con la Cina (fenomeno, questo, che afferisce non solo agli Stati Uniti), la tendenza alla caduta dei prezzi conseguente all’ingresso di beni e servizi da oltremare si invertirà. Una delle conseguenze di una produzione concentrata maggiormente all’interno dei confini al posto del libero commercio internazionale sarà un maggior costo di produzione.

Le autorità monetarie hanno stampato una grande massa monetaria per mitigare le conseguenze dei rallentamenti economici e dell’isolamento sociale. Una tale politica è stata già implementata nell’affrontare la crisi finanziaria del 2008 nella forma del cosiddetto “quantitative easing”. Alla luce di quanto detto, si parla spesso di volatilità di Bitcoin, del suo prezzo, ecc. Questo è quello che si vede, quello che invece non si vede è quanto la burocrazia possa fare peggio. Soprattutto con un parametro estremamente importante come il paniere dell’inflazione dei prezzi. La volatilità della burocrazia è arbitraria, mentre con Bitcoin, come abbiamo visto con l’ultimo halving, la rigidità del suo protocollo permette ad imprenditori ed investitori di prepararsi adeguatamente ad eventuali cambiamenti. Con la burocrazia le stesse figure invece si trovano in mezzo ad un deserto, perché leggi e parametri cambiano dall’oggi al domani senza un’adeguata preparazione di suddetti. L’adattamento è, quindi, assai difficoltoso e la perdita di tempo/denaro è sempre dietro l’angolo.

Questo tipo di volatilità rappresenta un costo enorme per le imprese e gli attori di mercato in generale. Ma ottiene un free ride da parte di questi ultimi perché ancora non riescono ad immaginare una società avulsa dai tentacoli dello Stato. O perlomeno, non conoscono approfonditamente l’alternativa rappresentata dal protocollo Bitcoin. Solo per questo motivo la volatilità di prezzo di Bitcoin sarebbe la benvenuta rispetto alla volatilità arbitraria della burocrazia, la quale cambia le carte in tavola ogni qual volta lo desidera e con scarso preavviso (oltre a tutte le imposizioni che richiede le quali rappresentano un costo gravoso non indifferente).

La predittività del protocollo Bitcoin rappresenta un vantaggio non da sottovalutare in ottica mass adoption. Soprattutto quando la si paragona all’attuale burocrazia opprimente ed asfissiante, visto che per le imprese abbatterebbe una mole consistente di costi. E più risparmiano tempo, più guadagnano denaro. Infine, più emerge questo fattore, più massa critica si riverserà nell’ambiente Bitcoin e più la volatilità di prezzo si attenuerà di conseguenza. Con buona pace dei suoi detrattori, i quali preferiscono sempiternamente guardare il dito e non la Luna.

Per approfondire segui Francesco Simoncelli.

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One thought on “Più volatile di Bitcoin? La burocrazia

  1. erjilo pterin ha detto:

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